Ricordando Stanley

Stanley Kubrick era un predestinato, proprio come uno di quei personaggi che si vedono soltanto nei film.

Enfant prodige, poco più che sedicenne era già fotografo ufficiale per la rivista Look, ottenendo il lavoro grazie ad una prodigiosa (e celeberrima) foto che ritrae un edicolante di New York dall'espressione affranta, in seguito alla notizia della morte di Roosevelt. Ma essere entrato nel Guinness dei primati come fotografo professionista più giovane della storia non gli bastava: lui voleva di più. E, come ogni sognatore caparbio e determinato che si rispetti, ben presto lasciò il lavoro di fotografo, abbandonò lo sgabello della batteria (era un ottimo batterista jazz, dotato di un senso del ritmo notevole) ed imbracciò la macchina da presa. Nel giro di qualche anno realizzò vari documentari, cortometraggi sperimentali ed il suo primo “vero” lungometraggio, Fear and desire, dal quale, seppur piuttosto acerbe ed inficiate da una sostanziale ingenuità, emersero gran parte delle tematiche presenti nei suoi film.

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Una scena da "Fear and desire" (1953).


Qual era la caratteristica più peculiare dell'artista Kubrick?

Qualcuno direbbe, sbagliando, l'uso del carrello “a precedere” ed “a seguire”, presente nella maggior parte dei suoi film più famosi (Barry Lindon, Shining, 2001 Odissea nello spazio, giusto per citarne alcuni), oppure il ritrarre personaggi costantemente sull'orlo della follia. No. Nulla di tutto questo.

La sua peculiarità era la costante, febbrile, e maniacale ricerca documentale che precedeva ogni lungometraggio. Basti pensare all'enorme archivio accumulato su Napoleone Bonaparte, uno tra i progetti più ambiziosi della storia del cinema, mai realizzato. Christiane Kubrick, moglie paziente e perdutamente innamorata di Stanley, in una intervista rilasciata poco dopo la morte del regista, raccontò con fare divertito (e con un'ombra di rassegnata inquietudine) dell'immenso lavoro affrontato per svuotare i capannoni adiacenti alla villa nell' Hertfordshire, in Gran Bretagna, dai numerosi ed ingombranti scatoloni che componevano parte dell'immenso archivio del grande regista (si consiglia, a tal proposito, una attenta visione del documentario Boxes, relativo proprio a questo argomento). Questa ossessione nei confronti della ricerca, dell'accumulo compulsivo di informazioni di ogni genere e natura era parte integrante del modus operandi di Kubrick, e del modo in cui costruiva la struttura narrativa di ciascuna sua opera. Ed era qualcosa che soltanto lui era in grado di fare: in seguito alla sua morte, Spielberg tentò di “replicare” le atmosfere e le tematiche care a Kubrick realizzando A.I., film tratto da un racconto breve di Brian Aldiss, Supergiocattoli che durano un'estate, il cui trattamento cinematografico fu iniziato dallo stesso Kubrick durante la lavorazione di Eyes Wide Shut, e bruscamente interrotto in seguito alla sopraggiunta morte del regista.

Gli sforzi del grande regista, purtroppo, non ebbero l'esito sperato, condannando il film a “galleggiare” in un limbo sospeso a metà tra le atmosfere confortanti, tipiche di Spielberg, e quelle più cupe di Kubrick. A tal proposito, la figlia dichiarò:

“Io penso che A.I. sarà un film di Steven Spielberg, basato sul lavoro, lo script, i disegni, le idee, le ricerche e l'entusiasmo generato da Stanley. Se papà fosse ancora vivo oggi, a parte il fatto che saremmo tutti più contenti, starebbe tuttora probabilmente lavorando alla distribuzione e alla promozione all'estero di Eyes Wide Shut. E molto probabilmente, sarebbe anche a lavorare in collaborazione con Spielberg su A.I.

(Katharina Kubrick Hobbs, fonte “Archivio Kubrick”).

Stanley se ne è andato in silenzio, poco tempo dopo la fine delle riprese del conturbante capolavoro Eyes Wide Shut, trampolino di lancio definitivo per la carriera di Nicole Kidman.

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(Sul set di  Eyes Wide Shut, 1999).


La sua geniale quanto paranoica visione del mondo (e del cinema), vive tuttora nei ricordi dei suoi più fidati collaboratori (si consiglia, a tal proposito, la visione dei documentari A Life in Pictures, in cui Christiane Kubrick intervista, tra gli altri, il grande Leon Vitali, e S is for Stanley, sul rapporto di amicizia e “dipendenza reciproca” tra Kubrick ed il suo assistente Emilio D'Alessandro).

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(Emilio D'alessandro con Stanley Kubrick).


Così come unica ed irripetibile resterà la sua visione del cinema. Keir Dullea, protagonista di 2001 Odissea nello Spazio, la sintetizzò in maniera divertente, ed efficace, nel corso di un'intervista rilasciata durante la promozione del film:

Se Stanley fosse stato una piovra con tanti tentacoli, li avrebbe usati per tenere la macchina da presa, curare il trucco, costruire il set. Credo invece che non avrebbe recitato in nessuno dei suoi film.”

Amato da tutti, odiato da molti, antidivo e grande star al contempo: tutto questo, e molto di più, era Stanley Kubrick, l'ultimo grande genio del cinema.