Stan Lee e i suoi super eroi con super problemi

«Da un grande potere, derivano grandi responsabilità».


Questa frase è ormai entrata nell'immaginario collettivo, grazie a Stanley Martin Lieber, in arte Stan Lee, e alla sua creatura più famosa, "quell'amichevole Spider-Man di quartiere" (o uomo ragno, come eravamo abituati a chiamarlo tempi addietro) in cui tutti, chi più, chi meno, siamo riusciti ad indentificarci nel corso degli anni. Forse nessuno ha mai davvero capito cosa intendesse Lee con quella frase: ad ogni azione corrisponde una reazione, delle conseguenze di cui dobbiamo assumerci le responsabilità, che ci piaccia o meno.


A soli 17 anni, mentre i suoi coetanei si lasciavano travolgere dai primi amori e le prime pulsioni (ah, la giovinezza!), Lee dava una spinta determinante alla sua carriera, divenendo il più giovane editor di tutti i tempi nel campo dei fumetti.

Il suo lavoro non gli ha impedito di arruolarsi durante la seconda guerra mondiale come membro dell'esercito statunitense, esperienza che in qualche modo ha alimentato il suo senso di giustizia e l'empatia verso le minoranze (Lee era di origini miste, ebree e Romene).

Probabilmente fu proprio questa presa di coscienza (o forse il risveglio di una consapevolezza fino a quel momento ancora latente) che lo portò non solo a diventare col tempo una delle figure chiave dell'allora Timely Comics (in seguito diventata la decisamente più conosciuta "Marvel"), ma sviluppare determinate tematiche, in ambito fumettistico, in seguito peculiari e specifiche per molti autori che lo avrebbero succeduto ( Frank Miller e Alan Moore su tutti).


Secondo Stan Lee, la figura del supereroe doveva ancorarsi alla realtà, non solo in un definito contesto storico, ma anche nei problemi quotidiani di ogni giorno. Introdusse infatti un'idea rivoluzionaria per l'epoca: quello dei "Supereroi con super problemi". I suoi personaggi erano caratterizzati da un'umanità tormentata, emarginati gravati dal lavoro e dalle scadenze delle bollette e dei conti da pagare e talvolta anche dall'incedere di vite immerse nella banalità e nella "routine".


Chi può venire in mente se non Peter Parker?

Studente introverso bullizzatto dai compagni, diventato col tempo una forte metafora sulla pubertà, dove l'acquisizione dei poteri a seguito del morso di un ragno rappresenta lo sbocciare, in un certo senso, della virilità maschile. Allo stesso modo, gli X-men, divengono l'immagine simbolo della diversità, concetto che trova riscontro ancora oggi in tematiche ancora molto attuali e ben più sinistre, come il razzismo e l'omofobia.

E non si può di certo dimenticare l'ideazione di un giustiziere completamente cieco, avvocato di giorno, giudice e giuria di notte, quel Daredevil emblema e riscatto sociale di coloro affetti da questo handicap.


Ma com'era Stan Lee, al di là di ciò che sappiamo della sua folgorante carriera? Come i suoi supereroi, anche lui era complesso, stranulato, gioviale...e con "superproblemi". Uno fra tanti, la causa legale contro la Marvel (che lui stesso aveva contribuito, in qualche modo, a "creare") del 2002, in seguito alla quale fece inserire una speciale clausola contrattuale, che obbligasse le produzioni coinvolte nella realizzazione di film basati sui suoi personaggi a garantirgli un cameo come attore.

Era anche un provocatore: L'ideazione del personaggio di "Iron Man", infatti, nacque proprio dal desiderio di sfidare i lettori, proponendo loro un personaggio nel quale nessuno potesse identificarsi (a differenza di Spider-man), un uomo ricco, potente, arrogante ed antipatico. A tal proposito, in un'intervista dichiarò: "Stark sarà odiato da tutti, nessuno potrà in alcun modo identificarsi in lui. Questo sarà il motivo del suo successo".


Sfida vinta, senza dubbio.


Stan ci ha lasciato, purtroppo, lo scorso novembre. La sua dipartita ha causato un grande dolore ed un grande vuoto nei cuori degli appassionati (e ovviamente di chi scrive) che erano cresciuti con le sue storie, così vere, talmente credibili da darci la sensazione di essere noi stessi i protagonisti. Forse è proprio questo il messaggio che voleva ci arrivasse: anche la persona più comune del mondo, quando mostra coraggio e si assume le proprie responsabilità, diventa, in un certo senso, un eroe.


Ci congediamo come avrebbe fatto lui, in segno di rispetto e tributo verso il suo lavoro, confidando di avergli "brillantemente" (una parola che lui adorava usare) reso onore. 

Detto questo, buon "EXCELSIOR!!" a tutti voi, appassionati lettori.

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